La Public History in Italia: prime domande e riflessioni

In Italia la Public History è finalmente stata riconosciuta quale pratica e disciplina importante, che necessita di un proprio percorso formativo, e il comitato costituente la neo associazione ha quest’anno avviato i lavori per definirne lo statuto, le specificità, i soggetti coinvolti, i campi di indagine, per analizzare metodologie e fonti, in vista della prima conferenza nazionale, che si svolgerà dal 5 al 9 giugno 2017 a Ravenna (qui tutte le informazioni e le modalità per la partecipazione). Tra l’altro è stata prorogata al 15 dicembre 2016 la scadenza per inviare proposte di panel o di singole relazioni.

Per gli insegnanti, a cui questo blog è soprattutto rivolto, potrebbe essere davvero un’occasione preziosa per aderire, per proporsi, per essere presenti.

Con questo articolo vorrei interloquire in particolare con i public historian già operanti.

Il promotore principale di questa disciplina, Serge Noiret, come noto, ha svolto un lavoro pioneristico, instancabile e impagabile, che ha consentito la diffusione della Public History anche in Italia. Penso inoltre all’innovativa esperienza dell’Archivio degli Iblei di Chiara Ottaviano, ai tanti interventi di Vanessa Roghi, e a quelli di numerosi altri giovani e meno giovani studiosi, che hanno contribuito e stanno contribuendo alla diffusione della Public History nel nostro paese.

Per approfondimenti e informazioni sulla Public History rinvio al sito realizzato da Serge Noiret Digital & Public History, inoltre al primo volume del 2015 della rivista Zapruder, dedicato alla storia e alle sue narrazioni pubbliche (con tutti i contributi scaricabili), al blog di Vanessa Roghi Immaginimmaginario e al citato meraviglioso Archivio degli Iblei. Inoltre al sito della International Federation for Public History.

A seguire, sintetizzo solo alcuni punti/nodi relativi ad aspetti specifici e ai possibili soggetti della Public History, questioni su cui la sottoscritta sarebbe molto lieta di avere delle risposte e un confronto. Non entro per ora nel merito delle questioni metodologiche, dell’utilizzo delle fonti e degli ambienti di produzione e fruizione della public history (il web, i social, siti e banche dati, l’uso degli strumenti e delle risorse digitali). Magari in un prossimo post…

Riflettendo su come si possa configurare e sviluppare in Italia la Public History, grazie soprattutto al riconoscimento del profilo professionale di coloro che la eserciteranno, constato come i promotori principali al momento siano soprattutto storici professionisti, accademici e non,  in ogni caso storici di formazione, o aspiranti tali. Gli stessi luoghi individuati finora per la formazione sono le università, ovvero l’accademia.

In tal senso credo che se la Public History possa e potrà essere debitrice agli storici di professione, il cui apporto scientifico è e sarà fondamentale, potrà anche, viceversa, fornire loro nuovi strumenti, nuove metodologie, indicando campi di indagine, modalità di lavoro sul campo, collaborazioni con soggetti e possibilità di ricerca e interrogazione delle fonti inedite. Mi domando, a questo punto, come si potrebbero coinvolgere maggiormente figure professionali quali gli archivisti e i responsabili del trattamento digitale dei patrimoni archivistici conservati e valorizzati negli archivi pubblici e privati, la cui voce e il cui impegno all’interno della Public History al momento mi sembrano piuttosto defilati.

Mi chiedo, inoltre, per quanto riguarda luoghi e occasioni di formazione e aggiornamento, se non sia il caso di pensare a una futura responsabilità e capacità operativa della nuova associazione nell’organizzazione di corsi al di fuori delle università, soprattutto per operatori culturali che lavorano già all’interno di istituzioni, quali archivi, biblioteche, musei, inoltre per gli insegnanti delle scuole di ogni ordine e grado.

Parallelamente, mi interrogo su come poter preservare la spontaneità e la capacità di promuovere dal basso progetti di Public History, come testimoniano numerose iniziative, concretizzatisi nel corso di decenni in attività territoriali che hanno visto e vedono il coinvolgimento di comunità, di persone non necessariamente studiose di storia e dove non sempre c’è stato o potrà e dovrà necessariamente esserci un mediatore con un profilo simile a quello di un public historian.

Credo, in ogni caso, che uno dei requisiti fondamentali per tale “pratica” sia quello della sua sperimentazione ed esercizio dal basso, spontaneo, non spontaneistico. In tal senso penso che bisognerebbe tenere presente, nell’indicare percorsi e metodologie in seno alla nuova disciplina, la necessità di salvaguardare questa spontaneità e insieme ad essa le novità che può produrre, anche nel corso della realizzazione di un progetto. Il public historian credo dovrà essere pronto all’ascolto e a cogliere bisogni e narrazioni diverse da quelle che potrebbe immaginare all’inizio di un progetto, in grado di gestire l’improvviso emergere di nuove domande, di fonti, di sintesi, di elaborati diversi da quelli supposti o iniziali.

Sull’uso pubblico, ovvero politico della storia, sono note le riflessioni di Giovanni De Luna. La Public History non andrebbe confusa con tale uso della storia, come hanno rilevato Vanessa Roghi e Damiano Garofalo (leggi qui).

Pensando ad alcune pratiche di Public History, mi domando, però, se essa non possa rappresentare per diversi gruppi sociali l’occasione per esercitare, invece, un proficuo uso pubblico e politico, dal basso, della storia. Intendo con ciò la possibilità che queste “pratiche” portino anche alla conquista di una rinnovata consapevolezza, all’interno di una comunità, quindi all’esercizio di una militanza nuova, grazie al recupero e alle narrazioni delle proprie memorie, confrontate con le storie locali e nazionali, nell’evolversi dei fenomeni sociali e politici nel proprio territorio o in ogni luogo testimone di un vissuto storico-sociale.

Un’altra specificità della Public History credo infatti si manifesti nella capacità di far emergere, nei soggetti e nei luoghi dove è praticata, immaginari, racconti, problematiche, confronti e conflitti, risorse, sviluppando creatività e partecipazione, esercizio della democrazia … ovvero pratiche politiche.

Per territori e luoghi non mi riferisco solo ai soggetti di una comunità geografico-storica, ma anche agli studenti di una scuola, per esempio, ai detenuti di un carcere, ai degenti di un ospedale, ai componenti di una associazione culturale, sportiva, politica, ai lavoratori di una impresa, ai commercianti di un quartiere che si associano, agli operai di una piccola/media industria, agli avvocati di uno studio, ai parrocchiani di una chiesa, i condomini di un palazzo … Credo non si possa sapere al momento con esattezza dove, come e con quali soggetti  si praticherà o verrà praticata la Public History, a parte gli ambiti professionali e i luoghi già “noti” e individuati (archivi, musei, biblioteche, fondazioni economiche, istituti culturali). Queste sue versatilità e aperture ritengo siano sempre da tenere presenti, da coltivare e incentivare.

Trattando sempre dei soggetti impegnati/coinvolti nella Public History, rilevo come nel documento di presentazione e di invito alla presentazione di panel per la conferenza di giugno 2017 siano indicati, tra i numerosi, anche gli artisti. Penso che tra questi debbano essere compresi gli scrittori, romanzieri soprattutto, che praticano una particolare forma di Public History, che produce immaginari potenti, così come le opere di registi, fotografi (artisti e fotoreporter), nonché di autori di fiction televisive (sulla produzione/costruzione degli immaginari Vanessa Roghi indaga da anni). E vorrei qui far presente che spesso gli artisti (pittori, fotografi, media artist, video artist) anticipano la storia, sviluppano le loro narrazioni artistiche, che riguardano gli eventi e i fenomeni di oggi, facendo già storia pubblica, proprio nel momento in cui sublimano, denunciano, in opere/performance/installazioni artistiche anche il dolore e le tragedie più terribili. Si pensi quindi a quali potenti strumenti possano offrire, per esempio nel mondo della scuola agli insegnanti, per spiegare l’orrore della storia ai ragazzi.

Mi sembra, infine, che siano assenti, tra i soggetti della Public History (attivi e/o fruitori che siano), gli insegnanti delle scuole di ogni ordine e grado, ovvero, a mio avviso, coloro che dovrebbero essere i principali destinatari, oltre che i più consapevoli produttori di tali pratiche. Sono ormai tanti gli storici, gli studiosi in genere, che sottolineano i limiti di un insegnamento della storia sui manuali, secondo i programmi ministeriali. Critiche che non debbono comportare un rifiuto o la loro sostituzione con altro. Esperienze di Public History in classe, con il coinvolgimento degli alunni, delle loro famiglie, a volte di soggetti esterni, da parte di insegnanti non solo di storia, ma anche di storia dell’arte, di geografia, etc ., credo che in Italia siano davvero molte (dalla realizzazione semplice di un elaborato che racconti la storia della propria famiglia, anche attraverso le fotografie, alla produzione di interviste a nonni, zii, parenti, in occasione di anniversari e commemorazioni, ad iniziative più elaborate ed articolate sul territorio).  Forse sarebbe importante, oltre il coinvolgimento di associazioni di storici (modernisti, contemporaneisti, medievisti, antichisti), nonché di archivisti e bibliotecari (Anai, Aib, Icom), il coinvolgimento del Cidi e di altre organizzazioni di insegnanti, anche attraverso il Miur.

Potrebbero essere utili in tal senso campagne di censimento mirate. Mi sembra che una delle commissioni del Comitato costituente l’associazione italiana di Public History se ne stia occupando. Sarebbe auspicabile la formulazione in tal senso di questionari ad hoc, per rilevare non solo i soggetti interessati e da coinvolgere, ma anche le esperienze virtuose, realizzate dagli insegnanti in particolare. Nei censimenti, o forse sarebbe meglio parlare di inchieste, si potrebbe rilevare, per esempio, anche lo stato dell’arte, ovvero quanto ancora di “vecchio” e stagnante ci sia nell’insegnamento della storia nelle scuole. Si potrebbero coinvolgere in tali attività gli studenti di corsi e master in Public History.

Tra i soggetti che andrebbero coinvolti, infine, suggerirei i giornalisti (di qualsiasi media, basti pensare solo alle dichiarazioni, ai post dei tanti giornalisti e opinionisti oggi sulla figura di Fidel Castro e sulla rivoluzione cubana) e i politici… , ma su questi ultimi e sulle idee per poterli “impegnare”, mi riservo di scrivere in un altro post.

Grazie per l’attenzione e i più affettuosi auguri di buon lavoro a tutti i public historian!

 

Immagine in evidenza: Kids on monkey bars, Lisarow Public School, Gwen Dundon, photograph GCL, 2008. Flickr.

Advertisements

5 thoughts on “La Public History in Italia: prime domande e riflessioni

  1. Grazie Letizia per aprire un dibattito con queste interessanti riflessioni sulla public history che spero, si arricchirà di molti interventi da qui all’estate 2017 !
    Scrivi secondo me giustamente “constato come i promotori principali al momento siano soprattutto storici professionisti, accademici e non, in ogni caso storici di formazione, o aspiranti tali. Gli stessi luoghi individuati finora per la formazione sono le università, ovvero l’accademia.”
    L’università deve, secondo me, proporre la public history sia come disciplina da promuovere, insegnare ed approfondire nelle scienze umanistiche e che porta a meglio professionalizzare il fare storia e archeologia, ma dovrebbe anche creare dei corsi introduttivi alla public history in molti altri corsi di laurea. Inoltre le associazioni professionali che hanno partecipato alla creazione presso la Giunta Centrale per gli Studi Storici a Roma il 21 giugno 2016 come l’ICOM, l’ANAI e l’AIB, dovrebbero anche loro, come ben noti Letizia, capire che sono al centro delle attività di public history e non abbandonare il campo nella nuova associazione ai soli storici accademici. Loro, la public history la praticano da anni sul campo con il pubblico e per il pubblico. Sarebbe certamente una disfatta se l’AIPH che sarà varata dopo la sua fase costituente a giugno 2017 a Ravenna, diventasse solo succursale delle società di storici già esistenti e non incorporasse tutte le professioni che fanno public history ma anche amatori illuminati, appassionati di storia, divulgatori e “passatori” del passato e delle memorie e, soprattutto, insegnanti di storia che, purtroppo non hanno una loro associazione di categoria.
    Se leggi regolarmente la rivista Public History Weekly dell’editore De Gruyter, alla facoltà di scienze dell’educazione all’università di Basilea in Svizzera, capirai che insegnanti di storia, programmi di storia, riflessioni sull’identità nazionali attraverso i manuali, rivisitazione strumentale del passato, uso della storia per la politica di oggi sono argomenti che sono discussi settimanalmente e in tutti i paesi del mondo: gli insegnanti sono degli storici pubblici perché lavorano con e per un pubblico ben definito, scivono manuali, portano alunni fuori dalle classe nelle mostre, nei teatri ecc.. So già che vi saranno dei panel a Ravenna che di questo tratteranno, che associazione internazionali come Euroclio oltre a PHW appena citata, sono agenti di storia pubblica e ne sono ora coscienti perché la disciplina chiamata public history possiede attori, pubblici, metodi e ragioni epistemologiche che si demarcano dal fare storia nei libri accademici e non solo perché si occupa di altre fonti, di altri pubblici e di altri media per comunicare la storia.
    Dunque giustamente Letizia ci chiedi “come si potrebbero coinvolgere maggiormente figure professionali quali gli archivisti e i responsabili del trattamento digitale dei patrimoni archivistici conservati e valorizzati negli archivi pubblici e privati…”
    Penso che molto dipenda dai diretti interessati che oggi hanno una cornice associativa e disciplinare nelle quali riconoscersi e che aspetta solo il loro impegno e discesa in campo, a cominciare dalla conferenza di Ravenna (deadline per la partecipazione posticipata al 15 dicembre) e, a breve, dalla possibilità di diventare soci dell’AIPH (Associazione Italiana di Public History), poi di candidarsi per uno dei 9 posti che formeranno il direttivo e di approvare o emendare gli statuti che sono stati scritti e verranno a breve depositati e presentati prima e in vista sempre dell’assemblea generale di fondazione che si terrà a Ravenna il primo giorno della conferenza il 5 giugno 2017 e che sarà preparata dall’attuale comitato direttivo provvisorio che rimetterà il suo mandato in quell’occasione.
    Infine, due parole sulla diffusa presenza della storia pubblica e delle pratiche di public history in Italia -e da tempo- nel locale, sul territorio, con fonti alternative e nei media: è assolutamente vero che questo avviene in Italia come in altri paesi e che è il compito di chi vorrà farne un bilancio andare a verificare queste pratiche sul terreno, uno degli obbiettivi che la neonata associazione si è posto a medio termine. Ed è pure vero che il passato, le memorie, la storia non sono proprietà dei soli storici professionisti, anzi, e sono personalmente interamente d’accordo con la necessità di salvaguardare, e promuovere la public history dal basso come scrivi Letizia, ma qui entriamo in un dibattito professionale nel quale molto diversi sono i pareri. Per alcuni la mediazione o la condivisione autoriale con il pubblico sono necessari per definire il campo se no “tutto sarebbe storia pubblica” per altri come me invece, l’accesso alla storia è libera come libera è la critica, da parte dei public historian, di chi fa storia o usa la storia senza la conoscenza, i metodi necessari. Vedo benissimo public historian come Letizia Cortini commentare realizzazioni di progetti di storia con le fonti audiovisivi digitali o come Vanessa Roghi parlare di cinema e documentari di storia con le sue conoscenze professionali e come public historian, non soltanto storica. Non tutti i libri di storia offrono contributi scientifici validi come non tutte le mostre storiche e documentari fanno una storia che potremmo qualificare di filologicamente corretta con l’applicazione dei metodi della public history. Il giorno che avremo public historian qualificati che non solo di storia sapranno (è il minimo per poi addentrarsi nella public history) ma anche di comunicazione, mostre, archivi, allora avremo forse raggiunto uno dei più importanti obbiettivi della public history: entrare nell’arena pubblica dove la storia è accaparrata da tutti e in tutte le salse. Franco Cardini che è un grande public historian secondo me, e da tempo, avrebbe allora taciuto sulla critica alla disciplina che non conosce, ma si sarebbe appellato ad essa per riflettere sulla qualità o meno di una fiction pubblica come i Medici, solo per fare un esempio….
    Quanto alla possibilità di organizzare delle formazioni direttamente a partire dall’associazione in fieri penso che sia possibile -scuole estive, workshop professionali, ecc.- Sempre per fare un esempio, la IFPH, la federazione internazionale, aveva preparato una scuola estiva di public history nell’isola di Naxos in Grecia per 2014,un iniziativa che è decaduta per la grave crisi greca. Ora siamo in contatto con l’università di Bengalore nel Sud dell’India e abbiamo cominciato a riparlare di queste formazioni. Spero che l’AIPH farà altrettanto!
    Certo tutto dipenderà dei membri futuro dell’associazione italiana che, spero molto, sarà forte, inglobante, non didattica, inventiva, curiosa, piena di iniziative professionali! Questo però dipenderà da te Letizia come da tanto altri e dalla volontà di inventare, fare, realizzare della futura associazione. La scommessa è grande, le potenzialità e gli interessi anche.

    • Caro Serge,
      grazie moltissime per le risposte articolate ed esaustive, che in parte suscitano ulteriori interrogativi :). Sulla necessità che ci siano dei percorsi formativi universitari, non solo nelle discipline storiche, per preparare, ma soprattutto fornire strumenti adeguati ai futuri public historian sono d’accordo. Penso però che corsi di aggiornamento, workshop e seminari, tavoli di lavoro tematici siano necessari anche fuori l’università, soprattutto sul campo, e rivolti a coloro che già operano e realizzano progetti di public history. Corsi e seminari organizzati dall’associazione innanzitutto. Sarei la prima a parteciparvi :). La formazione universitaria, come ben sappiamo, ad un certo punto si conclude e si ferma. Non c’è aggiornamento se non al di fuori, e non a caso le associazioni professionali come Anai, Aib etc. ma anche come il Cidi per gli insegnanti, organizzano contemporaneamente ed esternamente all’università, momenti di formazione periodici. Credo che per alcune caratteristiche del profilo di un public historian non ci sia formazione migliore se non la sperimentazione creativa, progettuale, comunicativa, sul campo a contatto con le collettività. Questo vale in generale per gli insegnanti, ma in particolare per i public historian, a mio avviso.
      Immagino che all’estero ci siano esperienze interessanti e consolidate relative agli insegnanti…e andrò a consultare con grande curiosità il sito della rivista svizzera che mi indichi. In Italia siamo terribilmente indietro ed è un vero cruccio, oltre una tristezza. Come noto la sottoscritta trova incredibile per esempio che non si insegnino ai ragazzi storia del cinema, che non si pratichi media literacy etc. che i ragazzi non vengano portati fuori, a sperimentare e capire il mondo del lavoro (il progetto alternanza scuola/lavoro avrebbe potuto o potrebbe essere interessante ed efficace se fosse meno frammentario, episodico, dispersivo e limitato nel tempo,…). Ma questa è un’altra storia.
      Per quanto riguarda le esperienze dal basso, concordo con quanto dici. Continueranno comunque ad esserci, del resto.
      Fondamentale davvero il coinvolgimento di archivisti, degli operatori culturali, … ma anche dei giornalisti e degli artisti/scrittori … bisogna capire come fare per tirarli dentro :).
      Per il resto, grazie per tutte le sollecitazioni e gli stimoli, sempre più belli e interessanti Serge! Rifletterò certamente in modo più approfondito su tutte le tue considerazioni e seguirò con piacere i tuoi suggerimenti. A presto…

  2. A suo tempo scelsi storia dell’arte e museologia perchè volevo essere una storica della cultura materiale. Mi interessava ricostruire le storie, la storia, attraverso gli oggetti, il loro uso, la perdita o la variazione di senso..Questo sia per ciò che noi occidentali chiamiamo Arte, per convenzione condivisa, sia per ciò che accompagna la vita nel quotidiano. Ho sempre guardato prima la cornice del quadro, ossia il contesto , poichè non conoscerlo, o travisarlo, significa farne delle narrazioni magari fantastiche, ma che possono non avere nulla a che fare con. La fantascienza è piena di storie basate su tali equivoci interpretativi (“Indagine sulla stazione centrale di New York”, recentemente tradotto ed edito da Orecchio Acerbo, ad es.). Oppure, ci ha detto Borges, perdere il tempo come contesto fondante delle nostre vite fa di Omero un barbone dimentico di sè… Ora, spezzo una lancia a favore di quello che è diventato il mio contesto prima per caso, poi per scelta: la biblioteca. Luogo che potrebbe, dovrebbe essere fondamentale nel percorso qui delineato, assieme agli archivi, musei, raccolte…Non solo perchè conserviamo documenti di ogni tipo, ma, soprattutto, perchè abbiamo le competenze per indicizzarli e , quindi, permettere reti interconnesse di informazioni che consentano all’utente di costruire la sua mappa. Mi fermo qui, spero in uno sviluppo ampio e proficuo di questa conversazione a tante voci.

    • Gentile Paola, grazie per il commento! Interessante la sua esperienza e la testimonianza. Le pratiche di public history dovrebbero scongiurare il rischio di perdersi nel contesto dimenticando l’oggetto principale e specifico dello studio e della ricerca.
      Certamente le biblioteche, radicate sui territori, punto di riferimento per collettività locali, come nessun altro tipo di istituto culturale, luoghi di conservazione, ma anche di accoglienza di sempre nuovi e diversi materiali e di persone differenti, possono essere centri privilegiati del fare public history. Gli opac delle biblioteche a tutt’oggi sono gli unici cataloghi davvero condivisi e in rete, vere miniere di informazioni su tipologie documentarie tra le più disparate… a prescindere dalle questioni relative all’adeguatezza o meno delle descrizioni specifiche. Speriamo dunque che i bibliotecari si propongano senza timidezza in Italia all’interno della nuova associazione. :). Cari saluti…

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...