“L’Aperossa”. Una iniziativa da sostenere e diffondere

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Un’ape rossa, l’Aperossa!, attraversa una città.

Da un altoparlante una voce, come un cantastorie, annuncia che la sera ci sarà una proiezione pubblica di film.

E lo spettacolo inizierà per grandi e piccini… a cura

dell’Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico

Il progetto.

Speciale Scuole.

Prossimi appuntamenti.

Sostieni e partecipa.

Immagini, percorsi, sogni nell’archivio digitale on line di Martin Luther King

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Propongo, con qualche variante e aggiornamento, un articolo della sottoscritta, pubblicato su Il Mondo degli Archivi, la rivista on line dell’Associazione Nazionale Archivistica Italiana (ANAI), a cui sono iscritta e con la quale collaboro, e della Direzione Generale per gli Archivi (MIBACT).

Il terzo lunedì del mese di gennaio è la giornata dedicata all’anniversario della nascita di Martin Luther King. La ricorrenza è dunque recente.

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The King Center, fondato nel 1968 dalla moglie Coretta Scott King, oltre ad essere tuttora un centro costantemente attivo di promozione dei valori e delle politiche del grande attivista, custodisce i suoi archivi, che ha reso accessibili on line.

L’emozione nell’esplorare questo sito/giacimento sterminato di notizie, percorsi didattici, immagini, documenti relativi alle attività di Martin Luther King e delle associazioni da lui fondate, o a lui ispirate, è grande.

La Biblioteca e gli Archivi si trovano ad Atlanta in Georgia, negli USA e rappresentano il più grande deposito al mondo di fonti primarie relative a Martin Luther King e all’American Civil Rights Movement. La “collezione” è composta dalle carte e dalle fotografie di Martin Luther King, inoltre dalla documentazione dell’organizzazione da lui cofondata, la Southern Christian Leadership Conference, così come dalle carte delle otto principali organizzazioni per i diritti civili, nonché di diversi soggetti attivi nel Movimento. Gli archivi comprendono anche più di 200 interviste orali ad insegnanti, amici, familiari e colleghi di King, sui diritti civili.

L’esplorazione può iniziare subito dall’archivio digitale. I documenti, suddivisi per temi e tipologie (menù a tendina in alto a destra) possono essere visualizzati sia in modo tradizionale, attraverso una lista degli argomenti, con dei brevi lanci corredati da piccole icone, sia attraverso una modalità denominata “mosaico” molto suggestiva.

King con Malcolm X, prima di una conferenza stampa, 26 marzo 1964

King con Malcolm X, prima di una conferenza stampa, 26 marzo 1964 (fonte Library of Congress)

Non illustriamo il sito in generale, suggerendo di esplorarlo partendo proprio dagli archivi digitali, ma segnaliamo le pagine dedicate all’ “educazione”, con glossari e altri materiali bibliografici sui temi dei diritti civili e della non violenza. Segnaliamo in particolare per i ragazzi e per eventuali attività didattiche la sezione “sogni” che raccoglie, suddivisi per categorie (pace, solidarietà, animali, famiglia, amore, lavoro, educazione, ambiente, salute, giovani….), 4668 sogni caricati dai cittadini, bambini e adulti. Una pagina apposita consente di “caricare” il proprio sogno…

Buona navigazione e buoni sogni.

Porry-Pastorel e il suo patrimonio fotografico, di Sabrina Zaghini

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La scelta di svolgere una ricerca, in particolare su un fondo fotografico del patrimonio di immagini di Adolfo Porry-Pastorel è implicitamente ispirata al voler fornire un tributo al fotoreporter considerato il “padre del fotogiornalismo italiano”, per lo più sconosciuto al pubblico.

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Nato a Vittorio Veneto in provincia di Treviso il 14 novembre del 1888, Adolfo Porry-Pastorel fu il primo in Italia a suggerire l’inserimento della fotografia come complemento di un articolo di giornale. La passione per il giornalismo, che gli venne probabilmente trasmessa da Ottorino Raimondi (corrispondente del quotidiano Corriere della Sera nei primi anni del Novecento e che si prese cura di Porry-Pastorel alla morte suo padre), e quella per la fotografia, fecero di Porry-Pastorel un fotoreporter d’eccellenza. I suoi esordi come apprendista furono a Il Messaggero; i suoi primi reportage vennero pubblicati sul quotidiano La Vita ed ebbero un tale successo che l’allora direttore de il Giornale d’Italia, Alberto Bergamini, volle Porry-Pastorel nella sua squadra come fotoreporter. A soli 20 anni, contestualmente al suo lavoro di giornalista, aprì un’agenzia fotografica la Foto V.E.D.O. con sede in via di Pietra a Roma dove istruiva i giovani fotoreporter dell’epoca tra i quali ricordiamo Tazio Secchiaroli che definì egli stesso Porry-Pastorel un “maestro”.

L’attività di Porry-Pastorel è di particolare rilevanza ed interesse ai fini storici, in quanto si colloca in un periodo in cui rotocalchi e fotogiornalismo, nei primi decenni del Novecento, assumono una funzione di “descrittori” di mutamenti culturali, di costume, di stili di vita e di modi di comportamento degli italiani che stanno vivendo un processo di costruzione di una identità collettiva nazionale.

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Durante le ricerche per la preparazione di questo studio, si è constatato che l’opera di Porry-Pastorel è conservata presso diversi archivi, pubblici e privati. Con l’obiettivo di mantenere l’attenzione sull’oggetto della ricerca, senza però perdere di vista l’insieme, in questo contesto presento un lavoro di sintesi, con delle slide in allegato, in calce. Si prevede la pubblicazione di uno studio più esteso in altra sede.

Queste le strutture che conservano i documenti fotografici di Porry-Pastorel: gli Archivi Farabola, che possiedono delle immagini che ripercorrono tutto il periodo lavorativo di Adolfo Porry-Pastorel; il fondo fotografico Giuseppe Bottai (1903-1959), conservato presso la Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, nel quale si trovano fotografie che ritraggono Giuseppe Bottai sia nella sua vita pubblica che privata e che sono state trattate e rese tutte disponibili on line sul portale LombardiaBeniCulturali; l’archivio privato di Vania Colasanti, nipote di Porry-Pastorel, autrice di un bel libro sulla vita del fotografo, Scatto Matto, del 2012, nel quale sono presenti anche fotografie strettamente legate alla vita privata del fotoreporter; l’Archivio Storico dell’Istituto LUCE, che conserva 1.739 immagini eseguite da Adolfo Porry-Pastorel nel periodo compreso tra il 1919 ed il 1923, e sul quale si è concentrato il nostro interesse. L’archivio dell’Istituto Luce ha reso consultabili on line tutte le 1.739 immagini del fotografo sul proprio sito: http://www.archivioluce.com, Archivi fotografici, Fondo Pastorel.

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La nostra attenzione si è rivolta principalmente al lavoro svolto dall’Archivio Storico LUCE per conservare, catalogare, informatizzare il fondo fotografico di Adolfo Porry-Pastorel (denominato semplicemente Pastorel dall’Archivio).

Buona lettura a studiosi, appassionati, studenti, colleghi!

PORRY_ PASTOREL, di Sabrina Zaghini (illustrazione dello studio in slide di sintesi)

Ringraziamo Sabrina Zaghini per aver consentito la pubblicazione di parte del suo interessante lavoro di ricerca. Gli insegnanti potranno trovare numerosi spunti per l’uso didattico di queste fonti, facilmente reperibili on line sui siti indicati. Si consiglia inoltre l’uso degli strumenti didattici presenti su questo sito [ndr].

2013 in review

The WordPress.com stats helper monkeys prepared a 2013 annual report for this blog.

Here’s an excerpt:

The concert hall at the Sydney Opera House holds 2,700 people. This blog was viewed about 18,000 times in 2013. If it were a concert at Sydney Opera House, it would take about 7 sold-out performances for that many people to see it.

Click here to see the complete report.

Come?

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Mi rivolgo in particolare agli insegnanti delle scuole medie di I e di II grado, ai genitori di adolescenti e a tutti coloro cui interesseranno queste brevi note.

Come accostare i ragazzi alla realtà, per far sì che inizino a guardarla e a porle domande, ovvero che interroghino con curiosità il mondo che li circonda e in cui sono immersi, sviluppando il proprio senso critico, il proprio punto di vista, quindi la capacità di elaborare ed essere consapevoli, “finanche” creativi rispetto a quanto “scoprono”…? Mi chiedo ripetutamente come la didattica basata sull’uso del linguaggio audiovisivo e fotografico, attraverso l’esame delle loro espressioni, possa aiutare in tal senso.

Come far amare la storia ai ragazzi, come insegnare e aiutarli a interrogare, vedere, ricostruire, risvegliare non solo il loro immaginario, ma la loro “compassione”, la loro pietas … che porta a un riconoscimento, non ad una evasione, ad una elusione, alla divagazione, non a un accumulo intellettualistico o narcisistico del sapere, non a giochi di fantasia … magari non solo. Come portarli ad accorgersi dell’altro e prima ancora di sé stessi nel presente, quindi dei tanti altri nel passato. Come far accostare i ragazzi a ciò che è stato… in modo che non risulti loro qualcosa di astratto, estraneo, lontano, che non li riguardi, pur dovendolo studiare. Come portarli a conoscere un passato che, anche a distanza di dieci, venti, cento anni (o più), sia oggetto per loro di indagine, di curiosità per afferrare anche solo alcune verità, alcune realtà, le cui testimonianze, tracce, memorie vengano da loro avvertite come vive, perché riguardanti persone, dunque universali. Come sviluppare in loro il gusto di interrogare, leggere e vedere, di guardare le testimonianze “diritto negli occhi”, senza volgere lo sguardo, senza farlo scivolare …

Raccontare la storia, le storie… le parole non bastano, va esercitato lo sguardo, quello del proprio sé risvegliato, prima negli insegnanti, quindi nei ragazzi. Mostrare, mostrare, mostrare attraverso confronti continui per indurli a chiedere e a scoprire. Insegnare e imparare a decodificare, a cercare e trovare nelle immagini “le linee che reggono il mondo”, come un maestro mi ha insegnato :).

Come raccontare la storia, quella degli eventi e dei fenomeni più difficili, tragici, terribili, dell’umanità.

Attraverso i testimoni, per esempio, il cui racconto è davvero efficace. I ragazzi seguono non solo quello che i testimoni dicono (parole), ma come lo dicono, osservano le espressioni, i volti, riconoscono le persone, dietro le parole. Riconoscono una verità nel punto di vista della persona che racconta. La vedono.

Attraverso il teatro. I ragazzi vedono, anche in questo caso, le persone/interpreti, a volte se stessi, e si immedesimano, prima nel linguaggio del corpo, nelle emozioni che esprime, poi in quello verbale.

Le parole scritte o lette non sono sufficienti a raccontare la storia, le storie. Sufficienti a imparare nozioni sì… ma a chiedersi, a cercare, a voler capire, a riconoscere, a svelare, a trovare il proprio punto di vista nella storia e nelle storie?

Attraverso le immagini. Ma come proporre le immagini dinamiche e fisse, le tante immagini prodotte, ovvero, continuando a citare un maestro, quelle che raccontano una verità (non la verità), che spesso vanno oltre la stessa intenzione degli autori, oltre i propri contesti di produzione, finanche i contesti storici: le immagini che disvelano le linee del mondo … non sono molte, neanche in un’epoca come la nostra. Basterebbe mostrarle, “illuminarle” (parafrasando il titolo di un bel film:Everything Is Illuminated, regia di Liev Schreiber, USA, 2005).

Basta con le parole.  Al prossimo post qualche esempio. Grazie per l’attenzione e magari di voler postare un proprio punto di vista o la propria esperienza in merito.

Volete sapere chi sia il maestro che cito? E l’immagine in apertura? Scrivetemi ;).

I nostri conti con la Shoah. Una storia dell’immaginario italiano, di Vanessa Roghi

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Ringrazio Vanessa Roghi e “minima&moralia. Un blog culturale di minimum fax” per la gentile concessione alla pubblicazione anche su questo sito.

schlinder-620x420Oggi ricorre il settantesimo anniversario del rastrellamento del ghetto di Roma. Pubblichiamo un articolo di Vanessa Roghi su La Shoah nel cinema italiano a cura di Andrea Minuz e Guido Vitiello (Rubbettino). Il libro viene presentato oggi alle 18 alla Casa della Memoria e della Storia di Roma. (Immagine: una scena di Schindler’s List di Steven Spielberg.)

“Quando si pensa al rapporto tra cinema e Shoah solitamente ci si riferisce innanzitutto ad opere quali Schindler’s List o La vita è bella, e naturalmente al loro successo. Conseguentemente, si ha l’ingannevole impressione che la Shoah sia un tema particolarmente caro alla cinematografia, anzi, per molti fin troppo “sfruttato”. Così Marcello Pezzetti introduce l’ultima ricerca curata da Guido Vitiello e Andrea Minuz, La Shoah nel cinema italiano (Rubbettino 2013), a partire proprio da uno dei più significativi fraintendimenti ad oggi presenti nel nostro rapporto con il racconto dello sterminio degli ebrei d’Europa, quello appunto, legato a una presunta e massiccia diffusione di film che in un modo o nell’altro avrebbero posto al centro della loro trama l’Olocausto.  In realtà, e soprattutto per quanto riguarda il cinema, la ricezione della deportazione e dello sterminio è stata a lungo un tabù generato essenzialmente da due cause: il voler dipingere gli italiani come brava gente, l’aver omologato la deportazione all’epopea resistenziale, facendo dell’antifascismo una chiave di lettura complessiva di un passato che non passa, come dimostrano, anche, le polemiche di questi giorni sui partigiani, Priebke e via Rasella (qui).

È Andrea Minuz a ricostruire il paesaggio cinematografico degli anni dell’immediato dopoguerra, anni nei quali l’idea che gli italiani, in fondo, non abbiano avuto responsabilità nella deportazione degli ebrei si diffonde grazie alla stampa periodica e al cinema, appunto. Minuz ricostruisce alcune storie di censura, prima fra tutte quella operata su un film polacco, L’ultima tappa (Ostatni Etap). Scritto e diretto da Wanda Kakubowska nel 1947, “girato nei luoghi dello sterminio prima che molti campi venissero distrutti o convertiti in memoriali, L’ultima tappa è un film che oggi ha assunto un ruolo fondativo ed è unanimemente considerato come uno dei primi, più importanti contributi a una costruzione cinematografica della memoria della Shoah”. Presentato nel 1948 alla nona edizione della Mostra del cinema di Venezia (per inciso la stessa manifestazione che nel 1941 aveva accolto trionfalmente Goebbels e il film Ich klage an, inno allo sterminio dei malati di mente), L’ultima tappasubisce una strana sorte: osannato dalla critica internazionale, non viene distribuito, causando le rimostranze della produzione che si lamenta dei danni economici derivanti da tale ritardo.

Negli anni in cui il cinema neorealista si impone all’attenzione del pubblico occidentale, la censura appare strana e immotivata ai produttori, ma, si legge nelle motivazioni addotte dall’ufficio preposto: “Trattasi di un film di scarso valore artistico, la cui vicenda è avvolta quasi sempre, per il suo tono violento, in un’atmosfera di incubo. La Commissione ha espresso parere contrario alla programmazione del film nelle pubbliche sale in quanto esso contiene scene truci e ripugnanti”. Il pubblico italiano non può, non deve vedere la deportazione, la violenza, la morte dei campi di concentramento. Solo nel 1951 si acconsente alla proiezione a patto che “siano eliminate tutte le scene truci e ripugnanti, sopprimendo, in particolare, quelle della iniezione letale praticata al bambino, della tortura alla donna e della donna chiamata fuori dai ranghi ed uccisa. Si riserva di dare il proprio definitivo parere circa il nulla osta alla proiezione in pubblico, dopo ulteriore revisione del film con le modifiche ed eliminazioni sopra indicate”. Il film diventa illeggibile, scrive Minuz, aprendo la strada a una lettura “universalistica” dello sterminio: la guerra è brutta, si legge tra le righe, e il prezzo pagato dagli ebrei è quello che hanno pagato tutti.

Interessante che la stessa sorte la subisca, pochi anni dopo, anche il capolavoro di Alain Resnais Notte nebbia, censurato non tanto nelle immagini, quanto nel testo, al fine di generare uno sgomento riconoscibile da tutti. Un sentimento cristiano di condivisione delle atrocità della guerra, che fa dimenticare l’originalità della questione ebraica.

Buoni sentimenti, e l’idea che gli italiani, alla fine, siano stati anch’essi vittime della barbarie nazista: motivo ricorrente che trasforma subito i pochi film prodotti in Italia sull’argmento in veri e propri film di genere.

Minuz cita il caso di Accidenti alla guerra!, diretto da Giorgio Simonelli: “Michele Coniglio (Nino Taranto) divide l’appartamento con un partigiano ricercato dai tedeschi e, indossata una divisa da SS per fuggire alla cattura, viene scambiato per il capitano Von der Papen e inviato in missione a Baden Straden, isolata cittadina di una Germania di fantasia dove, gli si dice, «è stato creato un Istituto di eugenica» (scritto con la “k”, come vediamo nell’inquadratura che mostra il cancello dell’istituto). L’Istituto, «fondato per il miglioramento della razza germanica», si presenta come una specie di stazione termale. Giardini, piscine con belle ragazze ariane stese al sole in costume da bagno con la svastica sul petto; oppure che giocano a tennis, vanno in bicicletta tutte assieme o si dedicano all’«idroterapia», come ci spiega l’istitutrice. Una festa per gli occhi di Michele Coniglio che al suo ingresso esclama «ma quanto è bella questa missione!». La missione consiste nel mettere al servizio della Patria germanica le sue doti di infaticabile amatore, accoppiandosi con una gigantesca «vergine vichinga» dalla quale «si possono ricavare magnifici soldati»”. Eugenetica, mito della razza, messi al servizio della commedia degli equivoci, contribuiscono così a diffondere l’idea che nessuno in fondo abbia mai preso sul serio le leggi razziali. È stato tutto uno scherzo.

Seguono quelli che Pezzetti definisce “gli anni del grande silenzio”, scalfiti da alcuni film sulla resistenza nei quali la questione ebraica appare come sfondo, tema marginale (se si esclude Kapò di Gillo Pontecorvo). E neanche il processo Eichmann, che nel 1961 porta in TV per la prima volta un responsabile della Shoah, genera alcuna riflessione approfondita sul ruolo degli italiani nelle deportazioni, né una produzione cinematografica all’altezza del tema e della sua complessità. Mentre sulla ricerca storiografica pesano come una pietra tombale le parole di Renzo De Felice per il quale “l’antisemitismo e l’ideologia razziale furono proprio ciò che distinse il regime di Hitler da quello di Mussolini. Il primo era uno «Stato razziale», il secondo no. L’Italia fascista fu «fuori del cono d’ombra dell’Olocausto». Il primo uccise milioni di ebrei, laddove il secondo, per lo meno fino all’autunno del 1943, quando fu di fatto smantellato, non deportò nessun ebreo nei campi; e anche dopo l’autunno del 1943 avrebbero perso la vita nel genocidio soltanto («soltanto») circa 7.000 ebrei italiani”.

Neppure la Rai fa niente per colmare questa lacuna, e bisognerà aspettare il 1979, e una fiction americana, perché, per la prima volta, un prodotto audiovisivo scalfisca la cortina di fumo che ha avvolto la memoria della Shoah nell’immaginario italiano. La fiction è Holocaust, nel libro ne parla Emiliano Perra. Malgrado il plot abbastanza semplice, Holocaust è ancora oggi considerato uno spartiacque. In Germania scatena un dibattito che va avanti per mesi, ed è considerato come la prima presa di coscienza nazionale delle responsabilità tedesche nello sterminio.

In Italia no: ancora una volta prevale una lettura da un lato riduttiva (il solito polpettone americano), frammista a una certa dose di autocompiacimento (gli italiani non facevano così), complicata dalla difficile relazione fra ampi settori dell’opinione pubblica nei confronti dello stato di Israele (ecco, gli ebrei si comportano così dopo che hanno subito la guerra e le deportazioni).

Negli stessi anni, racconta Vitiello, il cinema di genere trova nel nazismo un fertile terreno di immagini sado-maso, e assurdo a pensarci, il rapporto fra vittime e carnefici si erotizza. Vitiello cita Susan Sontag, che, in Fascino fascista si domanda: “Nella letteratura pornografica, nei film e nei vari aggeggi prodotti in tutto il mondo, e specialmente negli Stati Uniti, in Inghilterra, Francia, Giappone, Scandinavia, Olanda e Germania, le SS sono divenute un referente dell’avventurismo sessuale. L’immaginario del sesso sfrenato è in gran parte collocato sotto il segno del nazismo. […] Ma perché? Perché la Germania nazista, che era una società sessualmente repressiva, è diventata erotica?”. E’ l’onda lunga del nuovo discorso sul nazismo, “come part maudite della cultura occidentale, irruzione di forze ctonie e dionisiache, vaso di Pandora di tutte le perversioni e le sfrenatezze. Questa nuova percezione è all’origine di opere il cui tratto estetico dominante è la commistione di kitsch e immagini di morte” che rende possibile il cinema nazi-erotico, di cui, sicuramente, Il portiere di notte di Liliana Cavani e La Caduta degli dei di Luchino Visconti, sono  gli esempi più noti e raffinati.

Certo “una storia situata in un campo della morte nazista non attira, a priori, il pubblico”. Scrive Pezzetti “Di norma, un produttore a fatica si assume un simile rischio e in realtà ben pochi hanno accettato di correrlo. Dal 1945 ad oggi, si possono individuare poco più di settecento opere facenti riferimento al tema, sia in Europa che negli Stati Uniti, con un picco nel biennio 2007-2008, che vede l’uscita di ben cinquantacinque film. Fino all’inizio degli anni Settanta, la maggior parte di queste si deve alla cinematografia dei paesi comunisti, in particolare a quella polacca. Del numero totale, tre quarti è stato prodotto in Europa, mentre gli Stati Uniti, primi produttori del cinema occidentale, fino alla fine degli anni Settanta hanno realizzato meno opere della Francia. La principale caratteristica di questi film è data dal fatto che la maggior parte di essi è ben lontana dall’esprimere ciò che noi oggi sappiamo sul tema grazie alla storiografia, alla letteratura e, a partire dalla metà degli anni Novanta, alle testimonianze. (…) In genere la Shoah ha solo una funzione secondaria: viene utilizzata per meglio drammatizzare la recita filmica. È più evocata che analizzata; svolge, insomma, solo la funzione di quadro di fondo”.

Tutto cambia a partire dall’uscita di Shindler’s List di Steven Spielberg (1993) che, scrive Claudio Gaetani “ha segnato decisamente il modo attraverso cui il medium a livello globale, e l’opinione pubblica di conseguenza, si sono da quel momento in poi relazionati al tema. Solo per quel che concerne le opere di finzione (non contemplando, cioè, i film documentari), e senza distinguere tra realizzazioni di carattere cinematografico o prettamente televisivo, l’arco temporale che inizia con Jona che visse nella balena (1993) di Roberto Faenza e si conclude col visionario e personalissimo confronto con la tragedia che è costretto a vivere il surreale protagonista di This Must Be the Place (2011) di Paolo Sorrentino, si caratterizza per una media di una realizzazione all’anno sul tema; in breve, un numero di produzioni di gran lunga superiore a quante hanno visto la luce nell’arco di tempo che separa questo ventennio dalla fine del Seconda guerra mondiale”.

Cambia la prospettiva da cui si guarda alla Shoah: cade il primato della politica, si diffonde l’idea che i buoni possono trovarsi ovunque e non solo fra i partigiani, anzi i partigiani vengono dipinti in modo ambiguo e i fascisti buoni impazzano, da Perlasca alle vicende legate alle Foibe nella fiction Rai Il cuore nel pozzo.

Ma il film che riceve maggiore attenzione e consensi è indubbiamente La vita è bella (1997): i giudizi sono contrastanti “dagli Stati Uniti fino a Israele scrive Giacomo Lichtner- si formarono due campi abbastanza ben delineati: uno quasi censorio; l’altro acriticamente elogiante. Entrambe le prospettive riflettevano un’ampia gamma di analisi. Tra i detrattori, ci furono numerose tirate deliranti come quella di David Denby su «The New Yorker» che accusò Benigni di «negazionismo benigno» o quella meno nota di Sergem Kaganski sulla rivista francese «Les Inrockuptibles», che concluse: «Le favole sulla Shoah dovrebbero essere proibite [...]. Quando le élite intellettuali sguazzano nella confusione semantica [...] i falsificatori della storia vincono una battaglia nella loro dubbia guerra». Certo è che La vita è bella, come Notte e nebbia, o L’ultima tappa censurata, appare più come un grido universale contro la guerra che non la tanto attesa presa di coscienza italiana sulla storia dei suoi cittadini ebrei. Per dirla con Jean Luc Godard “se Benigni crede nella premessa dietro al suo titolo, perché non ha chiamato il film La vita è bella ad Auschwitz”.

Nel 2000 con l’istituzione del Giorno della memoria, la Shoah, inizia a “dover” essere ricordata per legge, ma il cinema non dà segnali importanti di cambio di rotta: “Il Giorno della Memoria nelle intenzioni indicava un forte investimento per la costruzione di una sensibilità fondata sul rapporto con il passato” scrive Claudia Gina Hassan nel saggio che ricostruisce le reazioni della stampa al 27 gennaio. Tuttavia “oggi a tredici anni dalla sua istituzionalizzazione non possiamo certo parlare di memoria corale, né tantomeno di memoria unitaria”.

Nel 2006 “lo scrittore Alessandro Piperno dichiara di essere ostile alla Giornata della Memoria «non per quello che rappresenta ma per quello che è diventata». Critica l’elemento estetizzante del ricordo e in più denuncia l’ambivalenza di chi difende gli ebrei morti e fa diventare nazisti gli israeliani. Nel 2012 nuovamente s’interroga sul valore della memoria e sulla capacità dei figli e dei nipoti dei sopravvissuti di trasmettere l’orrore del genocidio. Un articolo che è salutato con queste righe da«Informazione corretta»: «Non ci risulta che Alessandro Piperno sia un esperto di Memoria e Shoah. È già più che sufficiente che scriva romanzi, cosa che gli riesce meglio, dato che vince prestigiosi premi. Pubblichiamo il pezzo per dovere di cronaca anchese, in quanto a Shoah, preferiamo affidarci ad altri interlocutori»”. In questo clima di perenne guerra delle memorie il caso del mancato Museo della Shoah in Italia diventa emblematico. Ne scrive Robert Gordon. Il Museo, il cui progetto è stato varato dalla giunta Veltroni, avrebbe dovuto sorgere a villa Torlonia, ex dimora della famiglia Mussolini.

“Data la complessità dei fattori, i delicati negoziati e gli investimenti che sono confluiti nel progetto per un museo italiano dell’Olocausto a Roma, potrà forse non sorprendere il fatto che il progetto non sia stato ancora portato a termine. In effetti, proprio questa sua incompiutezza – il mancato museo della Shoah – costituisce un utile indicatore della perseverante vitalità e allo stesso tempo incertezza della risposta italiana all’Olocausto. Nel frattempo, in vari luoghi del centro di Roma dal 2010 in poi, sono spuntati dozzine di sanpietrini con incisioni – nomi, indirizzi, luogo di arresto, data di morte ad Auschwitz e nelle Fosse Ardeatine, o a volte in luoghi sconosciuti. Sono le cosiddette Stolpersteine – le pietre d’inciampo – dello scultore tedesco Gunter Denmig; micro-lapidi “scandalose”, a rasoterra, memoria che viene letteralmente dal basso, che ci fanno inciampare negli orrori della Shoah, mentre la storia dall’alto, l’istituzione del museo della Shoah rimane per ora ancora un cantiere chiuso”. Oggi 16 ottobre 2013, a 70 anni dalla deportazione degli ebrei romani dal ghetto, il rapporto fra gli italiani e il proprio passato fascista e razzista continua ad essere un cantiere in buona parte chiuso.

La favola degli italiani brava gente è durissima a morire, anche grazie al cinema.

La prima scuola. Il Cinema per la scuola elementare pubblica

logolaprimascuola265x265Con piacere, pubblicizzo. :)

La prima scuola è un progetto di impegno civile pensato per contribuire all’importanza della scuola primaria italiana in un’epoca di tagli e disuguaglianze.

La scuola elementare è la prima vera esperienza di formazione extra-familiare di un bambino e costituisce il nucleo fondante del sistema educativo italiano.

Fino a meno di dieci anni fa era considerata il fiore all’occhiello dell’offerta scolastica italiana; poi sono iniziati tagli, riforme, riduzioni e la qualità dell’offerta educativa è scesa, contribuendo ad accrescer le differenze tra zone agiate e non.

A fronte del progressivo impoverimento del sistema d’istruzione pubblica è necessaria un’azione dal basso per proporre una direzione contraria di rilancio e crescita della scuola nella nostra società. Non abbiamo certo noi le risorse per cambiare radicalmente il corso degli eventi nazionali, ma può essere avviato un percorso propositivo sia di riflessione che di finanziamento dal basso, nel quale il mondo del cinema e dell’arte può giocare un ruolo importante.

Le privazioni materiali della scuola pubblica sono importanti, ma è importante parlare anche delle opportunità formative che la scuola non è più in grado di offrire.

Il progetto

Il progetto si propone di raccogliere risorse e impegnare energie per la scuola perseguendo due macro obiettivi.

  • contribuire al dibattito sulla crisi del sistema d’istruzione pubblico relativa alle scuole elementari
  • finanziare progetti artistici nelle scuole primarie di periferia con un’apposita raccolta fondi

Il meccanismo è molto semplice. Per circa quattro mesi (da settembre a dicembre 2013) raccoglieremo donazioni tramite questo sito e attraverso le varie iniziative territoriali legate alla distribuzione nelle sale del film “La Prima Neve”. I fondi così raccolti saranno poi affidati a singole scuole di aree periferiche che presenteranno progetti di miglioramento dell’offerta educativa e pedagogica (laboratori di teatro, musica o cinema, incontri, visite, servizi di mediazione interculturale e altri). I progetti saranno giudicati e selezionati entro la primavera 2014 da una commissione di esperti e, una volta avviati, i progetti saranno documentati e raccontati sempre attraverso questo sito.

L’attenzione sarà rivolta in particolar modo a tutti quei quartieri periferici delle grandi città e a quelle località isolate in cui i tagli all’istruzione hanno mostrato il loro volto più duro. Dato che queste realtà sono spesso caratterizzate da contesti fortemente multiculturali, il progetto cercherà di stimolare la partecipazione di realtà che dimostrano una certa sensibilità verso i percorsi di integrazione e valorizzazione delle differenze.

Le donazioni e la commissione

La raccolta fondi è finalizzata al finanziamento di progetti artistici e pedagogici per bambini delle scuole elementari. Nelle prossime settimane verranno pubblicati i criteri per la partecipazione al progetto e la successiva selezione. Le donazioni potranno essere effettuate tramite bonifico o tramite pagamento online di carta di credito. Tutti i dettagli per effettuare una donazione sono presenti qui.

Un’apposita commissione sarà responsabile dell’assegnazione dei fondi e agirà rispettando la diversità geografica italiana e la varietà dell’offerta artistica per l’infanzia. La commissione, coordinata da Goffredo Fofi è composta da Marco Paolini, Sara Honegger, Vinicio Ongini, Peppe Carini e Franco Lorenzoni.

Tempistiche: selezione dei progetti a fine dicembre; implementazione dei progetti da febbraio in avanti.

I criteri di selezione e di assegnazione dei fondi.

Le fonti cinematografiche. Storia Linguaggi Forme Uso didattico

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L’Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico e l’Archivio Centrale dello Stato, in collaborazione con il Centro di iniziativa democratica insegnanti di Roma e l’Istituto Albert Einstein di Roma organizzano per insegnanti, operatori culturali, autori, la II edizione del corso “LE FONTI CINEMATOGRAFICHE. Storia, Linguaggi, Forme, Metodologie, Uso didattico.

Roma, Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico – Sala Zavattini

martedì 15, 22, 29 ottobre e martedì 5, 12, 19 novembre

Archivio Centrale dello Stato – Sala Conferenze, giovedì 21 novembre

Ostia, Ecomuseo Multimediale del Litorale Romano, martedì 3 dicembre

IL PROGRAMMA e IL MODULO D’ISCRIZIONE SONO ALLEGATI IN CALCE

L’Archivio audiovisivo del movimento operaio e  l’Archivio Centrale dello Stato, in collaborazione con il Centro iniziativa democratica insegnanti e l’Istituto Albert Einstein di Roma, ritengono di fondamentale importanza l’organizzazione, nel 2013, della seconda edizione di un articolato progetto di incontri con seminari nazionali di alta formazione per la diffusione della cultura cinematografica, rivolti soprattutto a operatori culturali e insegnanti, finalizzati anche all’approfondimento delle metodologie per l’uso delle fonti filmiche nella didattica.

La Fondazione Aamod e il Cidi già lo scorso anno hanno organizzato una prima edizione del corso, cui è seguita la richiesta di una nuova edizione, nonché un proseguimento con approfondimenti.

Quest’anno l’iniziativa si arricchisce della partecipazione e collaborazione dell’Archivio Centrale dello Stato e di un importante istituto di istruzione secondaria, l’ITS Albert Einstein di Roma.

Si è dunque progettata la realizzazione di un corso della durata di due mesi, articolato in 7 incontri di circa 4 ore ciascuno, più una visita didattica all’Ecomuseo multimediale del Litorale Romano (Ostia). Saranno affrontati i seguenti temi: introduzione al linguaggio filmico dalle origini ai giorni nostri; aspetti di contesto relativi alla storia del cinema (di fiction, non fiction/documentario, di documentazione); storia dell’industria cinematografica e delle sue tecnologie; le fasi del processo produttivo di un film; i mestieri del cinema; rapporto storia e cinema; distribuzione e fruizione del cinema (spettacolo); rapporto storia-cinema-televisione; linguaggio audiovisivo. Lo svolgimento del corso è previsto per l’autunno 2013 a Roma, quindi, a richiesta, in future edizioni, in altre città e Regioni in collaborazione con i Cidi locali.

Nell’ambito del corso verranno organizzati dei laboratori operativi, di analisi e decodificazione del linguaggio cinematografico, da parte dei partecipanti (insegnanti, giovani registi, autori, operatori culturali), che gli insegnanti, in particolare, potranno riproporre nell’ambito della propria disciplina in classe.

L’obiettivo generale e principale sarà quello di fornire strumenti, metodologie, competenze adeguate per diffondere un uso corretto e al tempo stesso creativo della cultura cinematografica, del linguaggio audiovisivo e della sua fruizione, nonché un maggiore e sempre più consapevole suo uso per la didattica. In particolare verranno esaminati gli aspetti dell’evoluzione del linguaggio del cinema documentario in rapporto alla realtà sociale e storica documentata e rappresentata.

Durante gli incontri ampio spazio sarà riservato alla visione e all’analisi di film del cinema documentario italiano ed estero, dalla nascita del cinema ad oggi (vedi programma a seguire).

Il settimo incontro avrà luogo presso la sede dell’Archivio Centrale dello Stato, il maggior istituto di conservazione dei documenti relativi alla storia d’Italia dall’Unità in avanti. In tale sede, oltre a fornire indicazioni agli insegnanti relative all’uso delle fonti primarie, si presenterà un particolare fondo cinematografico, custodito presso l’ACS, il Fondo USIS. Si tratta di un preziosissimo materiale filmico, inedito, riguardante oltre 500 film documentari prodotti dagli alleati per l’Italia nell’ambito del Piano Marshall, per scopi d’istruzione e propagandistici. I documenti datano dalla fine della seconda guerra mondiale agli anni sessanta del Novecento. Un materiale che l’ACS mette a disposizione degli insegnanti, dopo un progetto di digitalizzazione e fruizione on line, per spiegare agli studenti un delicato periodo della storia d’Italia, quello della ricostruzione.

Martedì 3 dicembre è prevista una visita/lezione all’Ecomuseo Multimediale del Litorale Romano – Polo Ostiense, via del Fosso di Dragoncello, 172 (Ostia).

Paolo Isaja e Maria Pia Melandri, ideatori e realizzatori del Museo, guideranno gli insegnanti attraverso un percorso multimediale originale, in cui la fonte audiovisiva è largamente utilizzata e contestualizzata a fini didattici, per il recupero della memoria di un’esperienza unica di immigrazione e lavoro in un territorio.

I due registi, storici ed operatori culturali infaticabili, terranno inoltre una lezione sull’uso didattico del film attraverso la costruzione di rassegne cinematografiche a tema.

Ideazione e coordinamento didattico del corso: Letizia Cortini (lcortini@aamod.it)

Coordinamento organizzativo del corso: Aurora Palandrani (apalandrani@aamod.it)

Attività e strumenti di supporto 

   Per il raggiungimento di tali obiettivi verranno inoltre forniti agli insegnanti materiali Dvd con esempi di percorsi disciplinari, web grafie e bibliografie, dispense, materiali per esercitazioni e verifiche in classe, relativi agli argomenti trattati, dvd. Ciò al fine di prepararli, tra l’altro, all’uso delle risorse digitali a cui dovranno necessariamente ‘abituarsi’ per lo svolgimento dei loro programmi, secondo le nuove normative ministeriali.

L’Archivio audiovisivo ha già svolto numerose esperienze di formazione sul linguaggio filmico e di didattica della storia attraverso gli audiovisivi, organizzando lezioni e laboratori per le scuole di ogni ordine e grado nell’ambito, per esempio, del progetto “Una città come scuola” del Comune di Roma, inoltre corsi per operatori culturali sul trattamento delle fonti filmiche. Molti dei collaboratori dell’Archivio sono docenti titolari di insegnamenti di storia del cinema, di gestione degli archivi di cinema, di tutela dei beni culturali filmici in diverse università italiane. Tra i garanti dell’Archivio figurano noti e importanti registi del cinema italiano e studiosi di cinema. La Fondazione potrà quindi mettere a disposizione dei partecipanti il proprio bagaglio di esperienze e di professionalità, le proprie risorse umane e tecnologiche, anche successivamente ai seminari.

Le singole lezioni verranno videoregistrate e verranno realizzati DVD che potranno essere distribuiti su richiesta delle scuole e degli enti o associazioni culturali operanti nel settore. Il corso si svolgerà in sette mezze giornate di circa 4 ore circa ciascuna, un pomeriggio a settimana (consecutivamente), come da programma allegato. E’ prevista un’ultima giornata dedicata a una visita all’ Ecomuseo multimediale del Litorale Romano ad Ostia.

Al termine del corso sarà rilasciato dal CIDI un attestato di frequenza per gli usi consentiti dalla legge.

Per informazioni: info@aamod.it

ProgrammaCorsoFontiFilmicheROMA_ott_nov2013

Modulo_iscrizione corso2013

8 settembre 1943, di Massimo Canario

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Ringraziamo l’autore di questo percorso, ricco di link soprattutto a risorse filmiche e fotografiche on line. L’articolo è pubblicato anche sul magazine di Regesta.exe.

L’8 settembre del 1943 attraverso i microfoni di Radio Algeri, gli italiani e tutto il mondo poterono ascoltare queste poche, semplici e chiare parole: “Qui è il generale Eisenhower. Il governo italiano si è arreso incondizionatamente a queste forze armate. Le ostilità tra le forze armate delle Nazioni Unite e quelle dell’Italia cessano all’istante. Tutti gli italiani che ci aiuteranno a cacciare il tedesco aggressore dal suolo italiano avranno l’assistenza e l’appoggio delle nazioni alleate”.

Era l’annuncio dell’armistizio che metteva fine all’alleanza tra l’Italia fascista e la Germania nazista, esaltato solo quattro anni prima dalla propaganda del Luce.

Da circa un mese e mezzo, precisamente dal 25 luglio precedente, come ricostruito in queste immagini di un documentario, Vittorio Emanuele III aveva sollevato Benito Mussolini dall’incarico di capo del governo, dopo un voto del Gran Consiglio del Fascismo che lo aveva sfiduciato, sostituendolo con il maresciallo Pietro Badoglio il quale, nei successivi quarantacinque giorni, mantenne un atteggiamento ambiguo tranquillizzando da un lato i tedeschi sulla fedeltà del paese all’alleanza e dall’altro negoziando con gli Alleati un armistizio.

Sintomatico da questo punto di vista il silenzio dei cinegiornali Luce sul cambio di governo. Nel numero del tre agosto, il primo dopo la caduta di Mussolini, si parla diffusamente dei bombardamenti su Roma, della guerra che procede e dell’addestramento delle truppe. I toni sono quelli degli anni precedenti. Solo l’anno successivo, in piena Repubblica di Salò, verrà montato un servizio teso a stigmatizzare l’accaduto.

“Il governo italiano, riconosciuta la impossibilità di continuare la impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane. La richiesta è stata accolta”

L’Italia del 25 luglio è un paese stremato da 21 anni di regime e tre di guerra. Badoglio si affretta a precisare che “la guerra continua, l’Italia duramente colpita nelle sue province invase, nelle sue città distrutte, mantiene fede alla parola data, gelosa custode delle sue millenarie tradizioni.

I giornali Luce si adeguano: gli alleati sono i nemici; ma Hitler evidentemente si fidava poco e diede inizio all’operazione Alarico attraverso la quale i tedeschi stanziarono nella penisola 17 divisioni più altri 150.000 uomini non inquadrati.

Mussolini venne arrestato il 26 luglio e, in fasi successive, trasferito a Ventotene, Maddalena e infine sul Gran Sasso.

Il giorno successivo la divulgazione dell’armistizio ebbe inizio una delle operazioni decisive per la liberazione del territorio italiano: lo sbarco di Salerno, qui visto dalle truppe alleate in un combact film di quei giorni. Preparato da tempo esso ebbe inizio il nove settembre. Ciò contribuì a creare nei soldati alleati una sorta di ingiustificata euforia: se le previsioni su una scarsa resistenza dell’esercito italiano erano infatti fondate, quella che gli angloamericani avevano sottovalutata fu la reazione dei tedeschi: disarmato l’esercito italiano, ormai completamente allo sbando, essi diedero vita a una violenta controffensiva che causò  moltissime perdite tra gli alleati e ne rallentò notevolmente l’avanzata: solo dopo tre giorni Salerno fu conquistata. La strada verso Napoli era aperta: il 27 settembre al termine di quattro giorni di duri combattimenti la città si liberò da sola dei nazisti, come racconterà 19 anni più tardi il regista Nanni Loy nel film Le quattro giornate di Napoli.

Con la fine dell’anno l’Italia meridionale è completamente liberata e sotto il controllo del governo italiano che il 13 ottobre ha dichiarato guerra alla Germania.

Affatto diversa la situazione al Nord: l’11 settembre liberato da un commando composto di tedeschi, come illustrato da questo documentario UFA, Mussolini fonda la Repubblica Sociale Italiana. Si richiama al fascismo delle origini: in questo servizio del 1943 la prima assemblea del Partito Fascista Repubblicano . In realtà si tratta di uno stato fantoccio messo su dai tedeschi per controllare meglio il territorio e i cui membri si distingueranno, nei mesi a seguire, per efferatezze e crudeltà. Tra i suoi atti più eclatanti ci fu il processo di Verona, ricostruito egregiamente da Carlo Lizzani diciotto anni più tardi nel film Il processo di Verona, qui presentato dalla Settimana Incom, al termine del quale i gerarchi che avevano votato l’ordine del giorno di Grandi furono condannati per tradimento e fucilati. Tra di loro anche Galeazzo Ciano, qui ripreso dopo la fucilazione in uno scatto conservato nell’archivio Luce, già ministro degli esteri, che di Mussolini era genero avendone sposato la figlia Edda.

Sarebbe troppo lungo elencare in questo contesto tutti gli episodi che costellarono la storia del nord del paese fino alla liberazione: si tratta di pagine crudelissime: moltissimi cittadini dell’Italia centro settentrionale provarono sulla loro pelle la ferocia dell’invasore tedesco. Interi paesini furono rasi al suolo dai nazisti in ritirata: donne, vecchi e bambini non furono risparmiati. In un servizio del 1946 La settimana Incom commemorerà l’eccidio di Marzabotto, uno dei più tragici.

Nel frattempo i partiti antifascisti si riorganizzarono: già nel 1943 la Democrazia Cristiana, il Partito comunista, il Partito socialista, il Partito liberale e il Partito d’azione diedero vita ai Comitati di liberazione nazionale (CLN) alla cui testa venne messo Ivanoe Bonomi, che guidarono e organizzarono la Resistenza, pagina fondamentale nella storia d’Italia come dimostra questo servizio realizzato in occasione del centenario della nascita dello stato unitario, e cui presero parte anche molti tra i fedeli alla monarchia sabauda ed ex militari dell’esercito regolare.

Nel giugno 1944 Badoglio rassegnò le dimissioni e venne sostituito proprio da Bonomi, qui ricordato con immagini di repertorio in occasione della sua scomparsa, alla guida di un governo che comprendeva i partiti del CLN e che rimase in carica fino al giugno dell’anno successivo quando verrà sostituito da un nuovo ministero, presentato da un servizio dei notiziari Nuova Luce, presieduto da Ferruccio Parri, leader del Partito d’azione.

Oltre a quella geografica, una seconda, più profonda e più dolorosa spaccatura, che finì per configurarsi come una vera guerra civile, fu quella che divise gli italiani che volontariamente decisero di aderire alla Repubblica Sociale Italiana, in molti casi, probabilmente per un malinteso senso del dovere e dell’onore, e di continuare quindi a combattere accanto ai nazisti, e quelli che scelsero di aderire alle formazioni partigiane e che contribuirono in maniera determinante, loro si, a riscattare l’onore del paese, e con l’appoggio degli anglo americani, a liberare l’Italia e a gettare le basi per farne un paese democratico.

Si potrebbe discutere a lungo se ci furono eccessi da entrambe le parti, se era giusto compiere determinate azioni, se era necessario assistere allo spettacolo per la verità poco edificante di piazzale Loreto, quando i corpi di Benito Mussolini e della sua amante Claretta Petacci furono esposti al pubblico ludibrio, come si vede in queste famosissime immagine riprese dagli americani. E in molti lo fanno attraverso saggi molto interessanti e polemiche giornaliste non sempre all’altezza. Quello di cui crediamo non si possa invece discutere, è stabilire chi stava dalla parte del torto e chi dalla parte della ragione. Solo partendo da questi presupposti si potrà pensare di avere un futuro condiviso.

“Il negro americano a Parigi” – “The American Negro at Paris”

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Les_courses_de_ballons_à_VincennesParigi 1900. Esposizione Universale: il tempio (tempo?) effimero delle celebrazioni delle magnifiche sorti progressive dell’industrializzazione e della borghesia occidentali.

Nel crescente ottimismo che pervade i paesi “più sviluppati” al mondo, si festeggia l’avvento del nuovo secolo, per la prima volta celebrato anche dalle immagini in movimento, dal cinema dei Fratelli Lumiére.

All’expo di Parigi, nel 1900, il sociologo, nonché storico, attivista, afroamericano con discendenza mista francese e olandese, W.E.B. (William Edward Burghardt) Du Bois, professore all’Università di Atalanta, dalla biografia sorprendente anche nelle scelte e nei momenti di vita più contraddittori (e più sorprendente è stato scoprire quanto poco la sua attività e la sua sterminata opera siano conosciute e tradotte in Italia), volle e riuscì a mostrare la storia e l’identità degli afroamericani in una esibizione unica: “Il negro americano a Parigi”.

ExhibitLa mostra venne curata da Du Bois in collaborazione con i Black Colleges americani. Fu il risultato di una ricerca che in origine comprendeva migliaia di fotografie, centinaia di libri, pamphlet e documenti vari, che raccontavano la storia, la cultura, le attività degli afro-americani (un certo tipo di afro-americani, come vedremo) fino al 1900. L’obiettivo era quello di dimostrare che una “chiara esposizione” dei fatti, della vita e della cultura afro-americani avrebbe potuto confutare le affermazioni del razzismo americano “scientifico” dell’epoca, secondo le quali i neri fossero intrinsecamente inferiori agli anglo-americani.

Un sito, molto ricco di risorse, ricostruisce il progetto e la mostra rendendo disponibile on line parte della documentazione superstiste (fotografie, documenti, articoli, libri, lettere, studi, dati, grafici…). Il progetto di Du Bois voleva anche dimostrare l’importanza dell’opera degli afro-americani nello sviluppo della società e dell’economia americane dal periodo della cosiddetta “Ricostruzione”, dopo la guerra civile, in poi.

Consiglio di amministrazione della co produzione Coleman., Concord, NC, l'unico cotonificio Negro negli Stati Uniti,  1899, Library of Congress

Consiglio di amministrazione della co produzione Coleman., Concord, NC, l’unico cotonificio Negro negli Stati Uniti, 1899, Library of Congress

La Library of Congress conserva una collezione di oltre 400 immagini relative a questa mostra, digitalizzate e fruibili on line, nonché scaricabili.

Studenti afro-americani, 1899, Library of Congress

Le immagini tendono a rappresentare soprattutto la borghesia, gli afro-americani benestanti, ricchi, colti, le loro belle case, i negozi, le imprese, i bambini, le donne, i salotti, le università e le scuole … proprio nel tentativo di sottolineare, nella patria del trionfo della Belle Époque e della borghesia, con uno sforzo epico, l’uguaglianza, la pari dignità, l’intelligenza, l’intraprendenza, la creatività di donne e uomini, di famiglie afro-americane contro ogni teoria razzista. WEB Du Bois, che si è occupato anche di crimonologia, era inoltre convinto del fatto che condizioni di parità, un lavoro dignitoso, un tenore di vita benestante potessero debellare ogni forma di delinquenza, dovuta soprattutto al disagio sociale.

Giovane donna afro-america, 1899, Library of Congress

Giovane donna afro-america, 1899, Library of Congress

Queste immagini narrano una storia sicuramente tuttora poco conosciuta a un pubblico non di studiosi, così come era nelle intenzioni di Du Bois. Nell’immaginario degli occidentali gli afro-americani dell’Ottocento, fino al secondo dopoguerra, sono sempre stati associati a condizioni di povertà, innanzitutto. Esse, pur rivelando situazioni nuove,  inducono a diverse riflessioni. Soprattutto possono essere stimolate negli studenti questioni, ovvero domande, cui far seguire delle ricerche. Per esempio, in queste fotografie come mai i “neri” non sono tutti uguali e dello stesso colore, ma alcuni sembrerebbero bianchi? Chi sono i “neri” non “neri”?Perché sono rappresentati solo donne e uomini “neri”? Sembra quasi che vivano in un altro Stato e non in America. Come è possibile?

Uomini e donne sono rappresentati insieme in diverse fotografie, in una situazione di parità, in quali e perché? Nelle immagini non sono ritratte persone in difficoltà o in miseria, come mai? Queste persone vivevano forse in uno Stato che non era l’America, dove tutti stavano bene e dove non c’era miseria? L’autore, anzi gli autori chi sono e cosa vogliono raccontarci?

Questi sono solo alcuni degli interrogativi possibili che, piuttosto che suggeriti, si potrebbe provare a far formulare ai ragazzi. Si rinvia al post relativo alle metodologie per l’uso delle fonti audio-visive nelle scuole e agli strumenti di analisi indicati, per svolgere alcuni esercizi con gli studenti.

Casa di CC Dodson, Knoxville, Tennessee, 1899, Library of Congress

La visione di queste fotografie mi ha stimolato a voler approfondire la storia della schiavitù negli Stati Uniti d’America, quindi della segregazione razziale (leggi Jim Crow), andando oltre quanto raccontato sui manuali di storia contemporanea. E’ nato così questo post, sintetico rispetto alle letture in corso della sottoscritta, finalizzato a valorizzare soprattutto fonti fotografiche e audiovisive primarie. Ancora una volta sorprende la consuetudine americana, dalla fine dell’Ottocento, di investigare, fare ricerca, costruire e ri-costruire identità sociali, attraverso inchieste “visuali” che definirei epiche. Lo vedremo ancora in un prossimo post.

Ricorre proprio in questo mese (2 luglio1964!) la definitiva approvazione del Civil Rights Act. Al 4 luglio 1776 risale la Dichiarazione di indipendenza degli Stati d’America, il cui documento è stato presentato in un precedente post … i suoi meravigliosi principi non riguardavano gli schiavi africani negli stati del Sud che continuarono ad essere tali fino al 1865!

Il problema del razzismo e delle sue conseguenze nella storia dell’umanità è forse la questione che è e verrà più trattata in questo blog. Per un inquadramento generale, per insegnanti e studenti della scuola d’istruzione secondaria di II grado, propongo la lettura del testo di Gerge Fredrickson, Breve storia del razzismo. Dall’antisemitismo allo schiavismo, dalla Shoa al Ku Klux Klan, Donzelli editore, 2005.

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In Italia sono stati tradotti, solo recentemente, pochi testi e scritti di Du Bois:

Du Bois, W. E. B., Le anime del popolo nero / W.E.B. Du Bois ; a cura di Paola Boi ; traduzione di Roberta Russo, Firenze, Le lettere, 2007

Du Bois, W. E. B., I problemi dei negri / W.E.B. Du Bois ; a cura di Raffeale Rauty, Calimera, Kurumuny, 2008

Du Bois, W. E. B., Sulla linea del colore : razza e democrazia negli Stati Uniti e nel mondo / W. E. B. Du Bois ; a cura di Sandro Mezzadra, Bologna, Il mulino, 2010

Du Bois, W. E. B., Sulla sociologia / W. E. B. Du Bois ; a cura di Raffaele RautyMilano, Jaca Book, 2012
Su internet archive è possibile leggere o scaricare in pdf numerose opere in inglese di W.E.B. Du Bois (in taluni casi egli è coautore), molte delle quali in pubblico dominio. A seguire qualche link.
The Negro, 1915

The Negro in the South, his economic progress in relation to his moral and religious developmen, 1907 (pdf scaricabile)

The College-Bred Negro, 1902 (pdf scaricabile)

The Philadelphia Negro. A Social Study, 1899

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