Perché un Master in Public History? di Fabio Luppi

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Fabio Mauri, Il muro occidentale o del pianto, 1993

Fabio Mauri, Il muro occidentale o del pianto, 1993

Premessa del redattore: spesso gli artisti con le proprie opere praticano la public history e i public historians dovranno confrontarsi anche con loro…

Intervista a Fabio Mauri: l’arte che usa il film per raccontare la storia e l’uomo, 2007

Nasce in Italia il primo Master in Public History, presso il Dipartimento di Studi linguistici e culturali dell’Università di Modena e Reggio Emilia

Dal sito del Master

La notizia di per sé è straordinaria, con tutti gli auguri e scongiuri del caso. E’ però forte la tentazione di chiedere subito agli organizzatori perché questa iniziativa, così in ritardo rispetto ad altri paesi, è nata “in provincia”, nella graziosa città di Modena, e non a Roma, Milano o Napoli, con le loro imponenti risorse e strutture accademiche.

“Non dimentichiamoci che Modena ha un passato di capitale di Stato e incorpora alcune eccellenze conosciute a livello mondiale, dalla Ferrrari al Festival di filosofia”, dice Lorenzo Bertucelli, professore di storia contemporanea che insieme al collega Paolo Bertella Farnetti ha organizzato il master. “Non starei neanche a scomodare la glocalisation – continua – penserei piuttosto alla sedimentazione prodotta dal lavoro di un ‘distretto culturale’ dell’Emilia centrale che ha avuto fra i protagonisti anche gli enti che collaborano al master (gli Istituti Storici di Modena e Reggio Emilia, la Fondazione Fossoli, l’Istituto Cervi). Parliamo di un’eredità prodotta da un territorio attraversato dalle grandi vicende della storia – in particolare la seconda guerra mondiale che ha visto concentrati qui tutti gli aspetti ‘tragici’ ed ‘eroici’ che l’hanno caratterizzata – e che soprattutto si è sempre RACCONTATO in relazione alla propria storia. Di qui una particolare sensibilità verso il discorso pubblico e la narrazione della storia come trama comunitaria costruita e innervata dal tessuto associazionistico e più in generale dalla forte partecipazione dei cittadini nello spazio pubblico (incluso quello politico). Nei decenni tra la fine della guerra e gli anni ’80 del secolo scorso ciò si è spesso tradotto anche in un ‘uso pubblico della storia’, nel senso classico, ma ora quella tradizione può essere declinata nel XXI secolo, sfruttandone le attitudini e le potenzialità, in una buona pratica di Public History. La ricca rete di associazioni, musei, enti, centri culturali che stanno dentro questo humus comunitario, permette al Master di posizionarsi al centro di un network di conoscenze, pratiche e professionalità che appare particolarmente fecondo per gli scopi e la finalità della PH. E naturalmente per gli stage degli studenti che quindi possono usufruire di una articolata e sperimentata gamma di possibilità nazionali e internazionali.”

Una città di provincia sì, ma piena di iniziative e di contatti internazionali, che è stata all’avanguardia nell’attuazione dei distretti industriali, pronta a cimentarsi nella costruzione di un nuovo ‘distretto culturale’.

“L’obiettivo della PH è chiaro: far uscire la storia dall’università, farla fruire da un pubblico più vasto, da tutti, con tutti gli strumenti possibili.” aggiunge Paolo Bertella Farnetti, “E’ la risposta corretta all’innegabile domanda di storia che arriva dalla nostra società. Una domanda che viene spesso disattesa dagli storici tradizionali e che quindi viene affrontata per lo più da dilettanti volenterosi, più o meno in buona fede, con grave rischio per la verità storica. La storia accademica avrebbe molto da guadagnare dallo sviluppo della PH. Partendo sempre da una metodologia scientifica i professionisti della PH vogliono arrivare a far amare la storia, a farla diventare un valore condiviso e a coinvolgere il pubblico in questo processo. In Italia già molte iniziative fanno parte della Public History senza averne la consapevolezza. E’ ora di dare rigore e visibilità a questa tendenza, è ora di utilizzare fino in fondo il patrimonio storico italiano, che è una ricchezza spesso immobilizzata”.

Fabio Luppi

Sul blog di Serge Noiret la traduzione in inglese

Italy’s first Master’s Degree in Public History starts in September 2015

 

Getty Images

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“Condividi più di 50 milioni di immagini. È semplice, legale e gratuito.”

E “immaginate” quanti percorsi didattici si potrebbero creare, sebbene la ricerca e la selezione non siano semplicissime. Come per Youtube è possibile incorporare le immagini del Getty, con i dati sulla provenienza, gli autori (eventuali) e poche altre informazioni. Si promuove così una diffusione virale delle immagini ma anche dell’Istituto e del patrimonio, a scopi innanzitutto commerciali. Comunque un’operazione intelligente… Naturalmente gli usi delle immagini debbono essere culturali e gratuiti.

Si può partire da questa pagina: Foto d’archivio. Archivio globale contenente i momenti culturali, i luoghi e le personalità salienti della storia e del presente

Approfittiamone, … per salutare l’estate.

Hulton Collection

View image | gettyimages.com

Luce per la didattica. Un progetto di diffusione dell’uso delle fonti audiovisive e fotografiche nelle scuole

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Un progetto ambizioso, Luce per la didattica, al quale la sottoscritta collabora insieme alla collega e amica, Patrizia Cacciani, responsabile dell’Ufficio studi e ricerche dell’Archivio storico Luce Cinecittà. Grazie proprio alla determinazione e alla fiducia di Patrizia, che ha creduto fortemente nel progetto, così come il direttore dell’Archivio Luce, Enrico Bufalini, è stato possibile mettere a punto un articolato programma di iniziative, che continua a mano a mano ad arricchirsi.

Il progetto è autofinanziato totalmente dall’Archivio Luce Cinecittà e si avvale della collaborazione, di volta in volta, di diverse istituzioni locali.

Come noto, l’Archivio Luce è tra i più importanti al mondo per il patrimonio storico cinematografico e fotografico integro e unico che conserva e che ha quasi interamente digitalizzato e reso disponibile on line. Proprio questa ricchezza e questa specificità ne hanno consentito l’iscrizione al registro Memory of the world dell’Unesco nel 2013.

La singolarità dell’iniziativa, rivolta alle scuole di ogni ordine e grado, agli insegnanti in primo luogo, quindi agli studenti, nonché agli operatori culturali, sta nel coinvolgimento innanzitutto delle comunità locali, per l’organizzazione di seminari finalizzati al recupero e alla valorizzazione delle memorie, ma anche delle storie dei territori, attraverso l’uso delle fonti visive, sia di quelle reperite in loco, che di quelle custodite nei giacimenti dell’Archivio Luce.

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Ricco di percorsi, di contenuti e di storie, spesso molto emozionanti, il portale territoriale Didattica Luce in Sabina è il primo realizzato, dopo le giornate di formazione svolte a Rieti, nella primavera scorsa, in collaborazione con l’Archivio di Stato e il suo direttore, Roberto Lorenzetti. Il successo dell’iniziativa ha portato all’organizzazione di una seconda edizione, che si svolgerà nell’autunno 2015.

L’offerta didattica, molto articolata, viene di volta in volta concordata e mirata sulla base delle suggestioni, degli interessi, dei suggerimenti provenienti dai territori coinvolti e dalle persone che li rappresentano. Le metodologie, già sperimentate, prevedono delle giornate di formazione in loco, durante le quali, oltre a lezioni frontali di alfabetizzazione al linguaggio filmico e fotografico, alle pratiche di ricerca e selezione nel web di risorse digitali, si svolgono attività di individuazione e recupero di fonti presso famiglie, persone, enti territoriali. Le fonti vengono poi analizzate e contestualizzate nei laboratori, quindi presentate, raccontate, utilizzate per narrazioni storiche, per la costruzione di percorsi tematici, sui portali appositamente costruiti di volta in volta e implementati dagli stessi partecipanti ai corsi. A ciò si affianca anche un’attività di informazione di base sulle pratiche migliori per il trattamento conservativo e la catalogazione di queste fonti.

Molte iniziative sono in corso e in programma. Si invitano gli insegnanti e tutti gli interessati ad esplorare il sito Luce per la didattica e i portali territoriali, a cominciare da Didattica Luce in Sabina. Si sottolinea ancora la gratuità di tutti i corsi e la disponibilità a collaborare a progetti condivisi con i docenti e gli operatori culturali interessanti (che lavorano presso archivi, biblioteche, musei, centri di documentazione).

La pagina facebook di Luce per la didattica.

Per una “Public History” italiana nei luoghi della Guerra Civile (1943-1945), di Serge Noiret

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La diffusione di una public history anche in Italia non è solo una necessità, ma risponde anche a un bisogno di “godimento” maggiore, nella comprensione e nella consapevolezza, del nostro presente, grazie a una più corretta “visione” delle tracce, anche quelle dissonanti, del nostro passato.

Nel giorno della festa della Repubblica, propongo la lettura di un primo interessantissimo saggio-percorso sui luoghi/documenti della Guerra civile in Italia, del maggiore studioso di public e di digital public history in Italia (e non solo), Serge Noiret. [ndr]

“Gli storici di professione partecipano attivamente ai dibattiti pubblici nei media e la storia viene celebrata nelle pubbliche piazze. Allo stesso momento, una densa rete di istituzioni e di media si dedicano ai beni culturali, alla storia e al patrimonio storico-culturale, aiutando così a confrontarsi con il ruolo che la storia e la memoria recitano nella sfera pubblica. In questo modo, il campo disciplinare della Public History in Italia e in Europa è legato alle identità collettive a diversi livelli: dalle memorie locali alla costruzione di “Heimaten” o luoghi di memoria regionali, nazionali e pan-Europei. I luoghi storici, le piazze, i monumenti, i paesaggi, posseggono tutti un loro significato storico locale, regionale e nazionale che aspetta il lavoro dei “public historians”, gli storici pubblici, per incontrare l’interesse delle diverse comunità che li circondano e che cercano di interpretare il passato anche grazie a chi fosse in grado di decifrarlo. Gli Europei –ma questo è vero in tutti i continenti- cercano di conservare, proteggere ed interpretare le loro storie, le loro identità e tradizioni multi-dimensionali e le testimonianze diverse dall’archeologia alla storia orale, che ne rendono conto. Questa ricerca passa attraverso la pratica della Public History.” [continua a questo link, ndr]

Un ringraziamento speciale al Prof. Serge Noiret per la possibilità di pubblicare il suo saggio e soprattutto per la sua attività di sensibilizzatore in Italia per la promozione della public history.

Era ed è ancora così? Piero Bevilacqua sull’insegnamento della storia, 1997

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A proposito dell’insegnamento della storia, Piero Bevilacqua osservava, nella seconda metà degli anni novanta, come:

“All’interno delle scuole, ad esempio nelle medie superiori […] l’introduzione degli allievi ai fatti della storia è molto simile a un viaggio nel regno dei morti. Si chiede ai ragazzi di intraprendere questa discesa agli inferi, ma senza nessun tremore né emozione. I morti da interrogare sono proprio stecchiti e non comunicano neppure il fremito eccitante della paura. La storia che si insegna nella scuola italiana è la storia dei manuali, vale a dire la storia dei fatti”.

Nello stesso volume, Bevilacqua rilevava:

“Non dimentichiamo, peraltro, che oggi nuove espressioni di informazione storica premono alle porte, con il desiderio di farsi ascoltare, di entrare nella scuola con la loro travolgente forza comunicativa. Pensiamo alla documentazione filmica. Il secolo che sta per finire ci lascia un’immensa eredità di immagini dei fatti memorabili, ma anche della vita quotidiana, dell’ultima stagione dell’età contemporanea. Che posto assegneremo a questo gigantesco deposito di memorie nell’economia dell’insegnamento scolastico?“, ibid. p. 24, [grassetto, ndr]

P. Bevilacqua, Sull’utilità della storia per l’avvenire delle nostre scuole, Donzelli editore, 1997, p. 18.

Disagio mentale e reclusione. Alcune fonti visive

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R. Lorenzetti, Manicomio di Rieti,  anni settanta

R. Lorenzetti, Manicomio di Rieti, anni settanta

Di grande interesse l’articolo pubblicato oggi sul portale Luce per la Didattica, dedicato alle immagini di Roberto Lorenzetti, direttore dell’Archivio di Stato di Rieti, nonché fotografo di talento e con sensibilità speciali, che negli anni settanta ha realizzato dei reportage di denuncia sociale nel territorio. Tra questi, quello dedicato al manicomio di Rieti. L’articolo ne menziona la storia e propone un confronto tra le immagini di Lorenzetti e quelle, più note, di Franco Berengo Gardin, nonché con alcuni servizi de La Settimana Incom sul tema, tutti circoscritti fino agli anni cinquanta.

Forse pochi conoscono la figura di Riccardo Napolitano, fratello di Giorgio Napolitano, documentarista e infaticabile operatore culturale, prodigatosi fino alla fine dei suoi giorni per la diffusione della cultura cinematografica, come strumento di indagine e conoscenza, nonché di denuncia della realtà. E’ suo un film del 1966 dedicato alle condizioni all’interno di un ospedale psichiatrico e alla legge del 1904, la numero 36, “che si basava sul concetto di pericolosità e inguaribilità del malato e sul ricovero coattivo che assomigliava piuttosto a una detenzione in carcere”. I volti delle persone disagiate qui non sono mostrati, ma le loro mani sì… Conservato in diversi archivi audiovisivi il film è ora disponibile alla visione su YoutTube, a questo link.

Propongo quindi la visione di un film documentario del 1968 custodito presso l’Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico, i cui sguardi, del regista Michele Gandin e di Carla Ongaro, moglie di Franco Basaglia, autrice del commento del film, raccontano una realtà diversa, incredibilmente diversa da quella narrata dai film Incom e Luce …

La porta aperta, regia di Michele Gandin, Nexus Film, 1968

Molto efficace anche l’inchiesta che segue, promossa nel 1971 dall’allora Pci sugli ospedali psichiatrici. Non poche immagini di questo film richiamano quelle di Lorenzetti, o viceversa…

Di grande impatto anche il documentario di Gianni Serra, Fortezze vuote, del 1975.

Per una storia della psichiatria in Italia, si veda questa pagina. Il documentario che segue ricostruisce le attività e le battaglie di Franco Basaglia e di Psichiatria democratica.

Per conoscere le biografie e le storia di Franco Basaglia e di sua moglie Franca si consulti il sito della Fondazione Basaglia.

Si segnala infine un interessante articolo relativo al recupero e alla valorizzazione degli archivi privati di Franco Basaglia e della moglie, di Leonardo Musci.

A questo link la visione integrale della fiction televisiva Rai, C’era una volta la città dei matti, del 2010, dedicata alla vita e alle attività di Franco Basaglia, interpretato da Fabrizio Gifuni.

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